PARTIRA’ UN UNVITO A DON MIRKO PER IL PROSSIMO NATALE A SANTERAMO?

Intatto rimane l’insaziabile bisogno di verità che non conosceremo, mai salvo miracoli.

Nelle perditempo conversazioni tra amici, quelle che riempiono gli spazi intorno ad una tazza di caffè, qualche volta succede che, tra gli altri, il discorso “scivola” in maniera del tutto involontaria sul ricordo di don Mirko Korenkiewicz, già parroco della Chiesa del SS. Crocifisso di Santeramo in Colle dal 2008 al 2023. Con l’indimenticato don Nicola Laterza, deceduto nel marzo del 2008, aveva pure ricoperto per circa tre anni la carica di vice parroco. L’investitura ufficiale nella carica di parroco avvenne il 13 settembre 2008, vigilia della solenne festività dell’Esaltazione della Croce, nel corso della celebrazione eucaristica svoltasi nel cortile attiguo alla parrocchia, per scelta di Mons. Mario Paciello, Vescovo della Diocesi Altamura – Gravina in Puglia – Acquaviva delle Fonti. Dopo 15 anni di onorato servizio, precisamente nell’estate del 2023, don Mirko esce di scena, come un fulmine a ciel sereno, al tempo di Mons. Giovani Ricchiuti, succeduto a Mons. Paciello. Al suo posto, come è noto, è subentrato don Gianni Giove, fino a quel momento parroco in una parrocchia dell’amica città dii Altamura. A motivazione della sostituzione, Mons. Ricchiuti ebbe ad affermare nel corso della sua omelia nella celebrazione di investitura di don Gianni del 22 settembre 2023, che a Santeramo si completava l’avvicendamento dei tre parroci delle tre parrocchie: don Michele Lombarti al posto di don Vito Nuzzi in Chiesa Madre; don Donato Goffredo al posto di don Rocco Scalera al Sacro Cuore e, appunto, don Gianni Giove al posto di don Mirko al SS. Crocifisso. Giustificazione impeccabile, nulla da eccepire, perfetta, salvo quell’insaziabile bisogno di verità di conoscere le reali motivazioni della sostituzione di don Mirko, che non sapremo mai, salvo miracoli. La Chiesa, per sua natura, è fatta così: le divergenze interne le blinda e, se per caso capita che qualche spiffero scappa, le addormenta al solo fine di tutelare e salvaguardare sempre agli occhi del popolo, la sua (in)scalfibile unità e perfezione. Di esempi se ne possono fare a iosa. Basta scorrere il diario millenario della storia della Chiesa. Più recentemente, mi limito a ricordare la scomparsa di Emanuela Orlando nel 1983 o il crac del Banco Ambrosiano dell’anno precedente con il “suicidio” del faccendiere Roberto Calvi, il “banchiere di Dio”, trovato impiccato sotto il ponte dei Frati Neri a Londra oppure, solo di alcuni anni fa, la palude degli abusi sessuali che con Papa Francesco la Chiesa iniziò a scandagliare nella sua sconcertante profondità. Ebbene, questi sono solo alcuni casi emblematici in una visione generale, di conferma dell’atteggiamento della Chiesa quando è “in difficoltà”. Con la sostituzione di don Mirko, per fortuna, non siamo difronte a questi livelli di gravità, ma nel metodo, purtroppo, c’è rassomiglianza: la compattezza granitica della Chiesa deve sempre rimanere intatta. Ciò premesso, sul “caso don Mirko” mi soffermo brevemente con due sole riflessioni ancorché tardive. La verità di tutte le cose, comunque, non ha scadenza, non è prodotto da supermercato o un medicinale che non si assume dopo la data indicata per la sua somministrazione. La verità fa rima con l’eternità. A distanza di due mila anni, vero?, i nostri fratelli ebrei non l’anno ancora riconosciuta. Quindi rimane pienamente attuale e legittimo il desiderio di conoscere la verità su questo caso non di due mila anni fa, ma di solo tre anni orsono. Nessuna meraviglia, allora, da parte di nessuno e per nessuna ragione.

La prima, elementare riflessione che meriterebbe chiarimento è questa: avvicendamento regolare e ineccepibile, sì; ma perché Mons. Ricchiuti, nel momento dell’avvicendamento, non designò don Mirko alla guida di un’altra parrocchia diocesana o ad altro incarico? Non accettò don Mirko per rientrare nella sua Polonia oppure Mons. Ricchiuti non la prese in considerazione oppure, se la prese, non fu accettata? Però, a distanza di tre anni, don Mirko risulta ancora nell’elenco dei sacerdoti diocesani. Perché l’elenco non è stato aggiornato o perché don Mirko è ancora incardinato nella nostra Diocesi? Per noi, mortali parrocchiani, nemmeno l’applicazione dell’intelligenza artificiale sarebbe in grado di svelare questo arcano. Fosse stato un avvicendamento condiviso, sono convinto che l’ex parroco del SS. Crocifisso, prima di passare ad altra parrocchia diocesana, avrebbe sicuramente atteso il giorno della sua sostituzione per dare le consegne al nuovo parroco e per ricevere meritatamente onori e ringraziamenti dalla comunità parrocchiale che ha ben servito da parroco per ben quindici anni, a parte i tre anni precedenti da vice. E non sono pochi! E poi, mi chiedo: questo avvicendamento ha avuto qualche attinenza con la maniera intransigente che in talune circostanze don Mirko manifestava nei confronti di scalpitanti parrocchiani allergici all’ubbidienza che è la regola fondante della Chiesa cattolica e universale dall’alto in basso e in tutte le direzioni? Non è forse vero che se Gesù non fosse stato ubbidiente verso Dio nostro Padre, non sarebbe morto in croce ma di vecchiaia? Don Mirko, giustamente, per suo carattere amava la disciplina e, con altrettanta rettitudine, “pretendeva” ubbidienza in tutte le sue determinazioni giuste o sbagliate che fossero ma sempre assunte per il bene della parrocchia e, soprattutto, bramava lealtà da parte di tutti. Quella di facciata e che lui sapeva riconoscerla, la detestava perché sempre pronta a trasformarsi in copiose dicerie al voltar delle spalle. Non era autoritario ma faceva valere con coraggiosa fermezza la sua coerenza sacerdotale e umana per la basilare formazione educativa ricevuta in Polonia, oggettivamente diversa dalla nostra e cristianamente molto meno permissiva dell’Italia. Per amore della verità, c’è da dire che questa sua caratteriale maniera non ha mai scalfito la suscettibilità della stragrande maggioranza della comunità parrocchiale, animata da spirito autenticamente cristiano. Confesso di essere stato io stesso ripeso, e non solo una volta, ma mai mi passò dalla mente l’idea di frequentare altre parrocchie o di assumere atteggiamenti non consoni al cristiano peccatore che in una qualsiasi parrocchia del mondo si deve impegnare a vivere Cristo sotto la perfetta ubbidienza della guida incontrastata del parroco e non ad atteggiarsi in funzione del parroco di turno, pratica – questa – preferita e diffusa ieri come oggi. San Francesco, nel suo Testamento, scrisse: “I sacerdoti voglio temere, amare e onorare come miei signori, e non voglio considerare i loro difetti, perché in essi io vedo il Figlio di Dio. E faccio così, perché in questo mondo non vedo con l’occhio del corpo nulla dell’Altissimo Figliolo di Dio, fuorché il Santissimo Corpo e Sangue, che i sacerdoti consacrano, ricevono ed essi soli distribuiscono agli altri”.

La seconda riflessione, invece, mi conduce a pensare se questa maniera “donmirkiana” ha inciso in qualche modo nella decisione vescovile. Può interessare questa conoscenza a distanza di tre anni da quell’avvicendamento? Forse. Anzi, si!  ricordando che quella repentina uscita di scena ingenerò diverse sconsiderate illazioni in ambienti paesani, mai frenate e chiarite da nessuno, come invece andava fatto per rendere un sano servizio alla verità. Prevalse la consegna del silenzio in perfetta osservanza allo stile della Chiesa come innanzi specificato e, cioè, che nelle difficoltà le cose vanno sedate. Peccato che sia così! E come è stato per il passato, lo sarà sempre in ogni altezza, larghezza, lunghezza e profondità della Chiesa. Spero di vero cuore che don Mirko, ovunque si trovi, indipendentemente dalla sua maniera che sarà difficile cambiare (perché, in questo caso, non sarebbe più don Mirko), stia bene nel cuore e nel corpo e che continui con proficuità a servire la Chiesa come ha egregiamente fatto a Santeramo. Poi, un giorno, sapremo tutto. Con il permesso di San Pietro, sul celeste ring del cielo, arredato da un tappeto trapunto di stelle e circondato dagli Angeli e dai Santi divertiti e applaudenti, ove vi fosse stato qualche contrasto terreno, potrebbe scapparci una goliardica scazzottata chiarificatrice. Tra chi? Ognuno di noi rifletta serenamente sulla vicenda e metta i guantoni a chi vuole. In attesa di quel giorno radioso e splendido, invocando la Misericordia di Dio ad essere tutti presenti, non mi rassegno all’idea che si possa fare nella fratellanza qualcosa anche oggi, semmai nel corso delle prossime festività natalizie, senza attendere quel confronto “muscolare” nell’aldilà.

Credo che bel regalo sarebbe per tutta la comunità parrocchiale del SS. Crocifisso e per gran parte della cittadinanza cattolica invitare a Santeramo Don Mirko semplicemente per dirgli grazie, quel sincero grazie che gli è dovuto per il servizio prestato, quel sentito grazie che alla stragrande maggioranza dei parrocchiani non è stato possibile esprimere, quel gioioso grazie per tributargli quell’onore e quella riconoscenza che gli spettano. Immagino che il primo ad essere felice più di tutti sarebbe don Gianni Giove, ignaro di tutta questa storia, per l’amabilità fraterna che lo contraddistingue e che, con certezza assoluta, non farebbe mancare al suo predecessore. Sono certo che anche l’attuale vescovo della nostra Diocesi Mons. Giuseppe Russo farebbe festa con lo stesso spirito paterno della nota parabola del Figliol Prodigo non perché don Mirko sia stato un sacerdote “dissoluto”, tutt’altro, ma solo per sincero gesto di affetto e di gratitudine. Per essere franco fino in fondo, sia di nome che di fatto, non penso che don Mirko accetterebbe. L’ho conosciuto e apprezzato come ligio sacerdote ai suoi doveri e come uomo leale e sincero, ma anche come sacerdote energico e orgoglioso nei suoi cristiani convincimenti. Gli basterebbe sapere, comunque, che la stragrande comunità parrocchiale del SS. Crocifisso non lo ha dimenticato. Però, chissà, non succede, ma se succede… !?!?!?

Chiudiamo gli occhi, allora, immaginiamo e preghiamo con la speranza che il prossimo Santo Natale sia straordinariamente indimenticabile per fare tutti esperienza, non in maniera platonica come si è abituati a fare un po’ tutti, della Parola di Gesù: “…se ti ricordi che tuo fratello ha qualcosa contro di te, lascia lì il tuo dono davanti all’altare e va’ prima a riconciliarti con il tu fratello e poi torna ad offrire il tuo dono» (Mt 5, 23 – 24. Quale destino sarà riservato a questa proposta sicuramente scomoda? Penso che, con molta nonchalance, sarà riposta negli appesantiti scaffali della cantina dell’indifferenza perché la regola di sedare le difficoltà che sorgono nel backstage delle sacrestie non può essere scardinata. La gioia più grande che avverto nel cuore, indipendentemente dall’esito della proposta, è che ora ho tolto un peso dalla mia coscienza, dispiaciuto per non aver stretto sinora la mano a don Mirko come doveroso gesto di ringraziamento e di gratitudine che molto ben volentieri avrei fatto con la mia Giulia e, come Giulia e me, una valanga di parrocchiani, salvo insignificanti eccezioni.

 

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