27/10/2021 16:16
ANZIANI SOLI: CHE FARE? TUTTO, CIOE’ NULLA.

ANZIANI SOLI: CHE FARE? TUTTO, CIOE’ NULLA.

La barriera del contagio non impedisce di pensare a tante cose ma, al tempo stesso, di non poterne fare nemmeno una, neanche piccola.

Domenica mattina ho telefonato a Teresa, un’anziana donna di oltre 90 anni, vedova, senza figli, che conosco da un po’ di tempo, e le ho chiesto della sua condizione del momento. La solitudine densa come fuliggine: questo il senso della sua sommessa risposta. Sola dalla mattina a sera, dalla sera a mattina. Fino alle restrizioni imposte per il contenimento del contagio, la sua casa era frequentata giornalmente dai nipoti e dai vicini che le facevano compagnia. Ora non più. A mezzogiorno, la badante che prima l’accudiva in casa, le porta la mangiare anche per la sera senza attardarsi più di tanto. Il resto della giornata la trascorre tra una preghiera e un vedere qualcosa in tv ma, soprattutto, in compagnia di se stessa dietro la vetrina della casa per scorgere qualche segnale di vita sulla strada. Alternative a questo stato di solitudine assoluta non ve ne sono. Come lei, sicuramente tante altre persone anziane vivono nella stessa condizione. Ma quella di Teresa credo sia più aspra. Sola, vedova, senza figli e con impegnativi problemi di salute che non mancano. Nell’ascoltarla attraverso il filo del telefono, era tangibilissimo un senso pieno di impotenza. Ogni parola di incoraggiamento che le ho rivolto, ancorché sincero ed accorato, le ha forse sollevato l’anima per un istante per poi ritornare ad essere compagna di se stessa al termine della conversazione telefonica. La sua solitudine è stata interrotta per un istante, come quando si pigia l’interruttore per accendere la luce di casa, per poi sprofondare nel buio più profondo dell’anima.

Che fare per Teresa e per altre persone come lei? Tutto, cioè nulla. La barriera del contagio non impedisce di pensare a tante cose ma, al tempo stesso, di non poterne fare nemmeno una, neanche piccola. Teresa, senza aver fatto nulla di male, è condannata al carcere della solitudine. Per lei, questo momento è come un “41 bis”. L’unico conforto, che non è poco di questi tempi, è che da lei il contagio non arriverà mai. Le possibilità sono davvero “molto ridottissime”. Lo strafalcione grammaticale è voluto perché i girovaghi traggano insegnamento da questa difficile esperienza che Teresa sta attraversando.

Restare a casa rimane l’unico “vaccino”, al momento, per il contenimento del contagio. Quelle persone irresponsabili che anche a Santeramo contravvengono al dovere di rimanere a casa, ancorché in compagnia ed in autonomia di sopravvivenza nonché in buona salute, sono dure di cervice perché non si sono ancora rese conto che mettono a repentaglio la propria e l’altrui incolumità. Spero che da Teresa e da tante altre persone come lei, trovino lo spunto di riflettere e di tanto imparare. La solitudine per lei o il calore familiare vivendo insieme per tantissimi altri, sofferti o rimanendo tra le mura di casa, è una necessità per se stessi e per gli altri affinché, il più presto possibile, la casa di Teresa ritorni ad essere frequentata e tanti altri possano riprendere gradualmente il cammino interrotto.

Ma, purtroppo, non è così. Tanti contravvengono. Sono come asini ai quali, quando si lava la testa, si perde acqua e sapone.

 

 

Un commento

  1. Anziani sempre più soli
    Ritengo che si possa e si debba concedere la possibilità, con le dovute cautele, di poter fare visita agli anziani ricoverati nelle Rsa. Da mesi ormai l’isolamento emergenziale a cui sono sottoposti li ha privati delle figure fondamentali affettive e dei legami più cari, spingendoli sempre più in uno stato di prostrazione psicologica e di vera e propria anomia affettiva. Con tutte le opportune cautele, così come si può entrare in un supermarket, allo stesso modo i famigliari devono poter avere accesso, con specifiche modalità, alla visita giornaliera dei propri cari. E non è stata una garanzia quella di impedirne, fino ad ora, l ‘ accesso riservandolo solo al personale in servizio che, paradossalmente, in molte realtà ha rappresentato il veicolo principale di contagio.
    Saluti, Franco Labarile

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